Stefania Surace: un talento pulito tra i Panni Sporchi.


L’adolescenza è per alcuni un macigno sulla schiena. 
Lentamente e a fatica si sale il pendio con addosso l’ansia di dover dare conto alle aspettative di famiglia e società. 
Lungo il tragitto, nel tentativo di arrivare alla cima, per economizzare le forze, si lasciano alle spalle passioni, amicizie e, il più delle volte, qualche idealuzzo. 
Essere se stessi è un guaio. 

“Panni sporchi” di Stefania Surace, per Dante & Descartes, è un bel racconto in cui una ragazza di un piccolo paesino calabrese va alla continua ricerca di sé, in un mondo dove reale e irreale si mescolano, contribuendo a rendere ancora più incerto il percorso.
In sottofondo un pianoforte, un brano di Mendelssohn e una passione che scivola tra le dita.
 
La protagonista della Surace vive di rinunce e perdite. In continuo equilibrio sulle rovine, con la sensazione di essere sempre fuori luogo.
Con gli altri e con se stessi.

Lavinia, l’amica dell’adolescenza, ha una vita complicata e strana, eppure più interessante.
 
Distante dalla madre, incompresa dal padre che non sa proteggerla, né amarla, oltre le apparenze di genere, si aggira nel mondo cieca e senza appigli, come il gattino ritrovato in un cantiere mezzo abbandonato, vittima dai soprusi dei bambini di un orfanotrofio: metafora nella metafora: si procede a passi lenti, pieni di cicatrici, al buio, ancora nel bel mezzo della catastrofe. 
Eppure destinati, prima o poi, a trovare braccia pronte ad accoglierti. 
Per ciò che sei e nonostante i tuoi limiti. 

Stefania Surace sovrappone abilmente simboli e significati, sogni e incubi, passioni e restrizioni. Tesse il filo, stringe il nodo, restaurando la corda, rinnovando il gioco del trapezista/umanità che impara a starsene in equilibrio, tra nausea e smarrimento.

Due esempi: 
l’abitudine di Lavinia di nascondere i propri quadri all’interno di una nicchia al cimitero, per nasconderli alla pazzia distruttrice della madre, e la microstoria onirica in cui un giardiniere insiste a trasformare un pino in un abete.
La Surace è un talento puro. Sa scrivere e raccontare lo smarrimento. 
Universalizza un sentimento individuale e ci offre la possibilità di fare i conti col ricordo della nostra adolescenza.

Consigliato a chi, coi panni sporchi, ci fa i conti da sempre, a chi li nasconde e chi ne fa un motivo di vanto.
Consigliato a tutti.  

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