SarriBall di sapone

Noi fummo i gattopardi, i leoni. Chi ci sostituirà saranno gli sciacalli, le iene. E tutti quanti, gattopardi, leoni, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra. 

Giuseppe Tomasi di Lampedusa – Il Gattopardo

Godete, fatelo fino in fondo. Avete fatto gli occhi piccoli piccoli a furia di sorridere.
Tanto piccoli che non riuscite a vedere che il cadavere intorno al quale state ballando è il vostro. Ma fate pure, ce ne sarà anche per voi.

Che Sarri sia stata una delusione, una bella bolla di sapone iridescente, cui è bastato uno strusciare di dita per farla esplodere, solo chi è davvero antijuventino, metafora di lotta al potere, alla tracotanza politica ed economica, clandestinità e appartenenza, rottura degli schemi costituiti, può davvero capirlo.

Probabilmente per una sorta di riconoscenza, per ciò che ha regalato in tre anni di Napoli, sarà difficile odiarlo totalmente e comunque resta lo straniamento di una decisione che ha visto barattare l’amore di un popolo per un eccesso di ambizione, per sete di potere. Ma non è strettamente dell’ex comandante che scrivo.

Nel post precedente ho analizzato la parabola ascendente di Salvini, rapportandola ad un certo bisogno umano di proiettare sugli altri, in particolar modo in un leader, desideri che da solo non riuscirebbe a vedere realizzati.
A prescindere dalla moralità, dalla distinzione del bene e dal male.
Parlo di proiezioni e di ideali non tanto di quotidianità ché il Sarrismo o meglio, il principio che ha incarnato, si esercita ogni giorno, a prescindere da quanto realmente si raccolga dalla semina.

Il Sarrismo era l’indie, quello vero.
Ora è solo una stupida canzone dei Thegiornalisti o, peggio, dei Modà.

O ancora, un’alleanza con Salvini camuffata in un contratto di governo. Un cavallo di Troia bello e buono.

Il Sarrismo è stato acqua per chi crede nella bellezza ad ogni costo, nonostante sia nel bel mezzo del deserto. Per chi concepisce l’individualità solo se messa al servizio del collettivo. Per chi non chiede altro che divertirsi, a prescindere dai risultato. Per chi, ogni giorno, va raccontando, anche se deriso e ostacolato dalla sua stessa famiglia, che è possibile lanciarsi nei sogni e arrivare, a proprio modo, senza mai hiedere un hazzo a hesshuno, senza inchinarsi al potere, ad avere ciò che merita.

Era la matricola che, con le scarpette rotte, ma un paio di palle così, riesce a vincere il bellimbusto figlio di papà.

È stato un gioco amarlo, un gioco realizzarne la struttura narrativa, fino a ingolfare, fuori di ogni simbologia sopportabile, il mito. E alla fine, come tutti i giochi che finiscono, come tanti bambini sgridati dai genitori, ci tocca rimettere a posto i pezzi nella cesta dei giocattoli?
Chi non capisce la tristezza sportiva e deride chi ha creduto nella sostanza, prima ancora nell’ideale, non capisce il bisogno che ancora abbiamo noi tutti di credere che un singolo uomo, anche se solo, possa davvero camminare a testa alta, in questo flusso di merda di storia, senza vendersi al miglior offerente.
Per non rispondere alla domanda ma perché, tu, al suo posto, cosa avresti fatto, ché lì fuori è pieno di gente che, ogni giorno, sa dire di no.
No al posto di lavoro sicuro.
No alla raccomandazione facile.
No a quel concorso che, pure se non è il lavoro della mia vita, che vuoi farci?
No alla schiavitù.
No alla serenità.
Per continuare a essere padrone di se stessi.
Per continuare a far parte di quella fiumana di gambe e braccia che si ribella alle dighe artificiali, ai cancelli, agli inchini, alle formalità.
Per continuare a credere che in mezzo a tutti quei no tenuti stretti sotto ai denti o tra i pugni c’è il germe della lotta, dell’anarchia e della libertà.

Scrivo a chi non aspettava altro, a chi ha trovato insopportabile l’amore accanito nei confronti di un semplice uomo, convinto che prima o poi sarebbe caduto anche lui, come tutti del resto, adulato dalle forze avverse.
Scrivo a chi non aspettava altro perché lui, in quella caduta, in quel fallimento, forse, si sentiva proiettato, si sente ora protetto. Per giustificare i suoi sì, la sua schiavitù mentale, i compromessi che, è chiaro, come fai a non accettare?

Scrivo alle iene, agli sciacalli, a chi sta danzando intorno ad una vittoria rancida, nel tentativo di addentare la carne dai tendini del sarrismo.
Scrivo a chi non ha capito la favola e del bisogno che abbiamo di romanticismo.

Però voi state calmi, noi dormiremo sogni tranquilli ché abbiamo il fegato abituato alle ubriacature. È stato soltanto un altro bel racconto, ben scritto, ma senza lieto fine. Abbiamo mente e cuore ormai allenati e comunque pronti a fidarci ancora delle storie, della gioia e della rivoluzione.
Abbiamo pietà di voi.

3 pensieri riguardo “SarriBall di sapone

  1. Francesco, è una delle tue pagine più belle. Una pietra tenuta stretta in pugno una vita intera, che dal tuo pugno prende la forza. E scagliata con la precisione della fionda di Davide.

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