La morte “ti” fa social

la morta nell’epoca della cultura digitale: l’opera di Davide sisto.

Soprattutto, rifletto su come la morte, tenuta a debita distanza dal recinto all’interno di cui svolgiamo le nostre vite, ritorni in maniera perentoria nel cuore della quotidianità con l’uso dei social network, delle chat e, in generale, del web.

Pagina 10

Davide Sisto introduce il suo lavoro con una personale esperienza: la mattina del 14 Novembre Facebook gli ricorda di fare gli auguri di compleanno ad Alessandro.

“Tutto nella norma, non fosse che Alessandro è morto durante l’estate precedente”.
(pp 10)

Avevo da tempo la voglia di raccontarvi di questa lettura e quando mi sono trovato a scrivere il post sulle mie emozioni nel trovarmi ai piedi della tomba di Bukowski, mi si è rinnovata la spinta.

«Ciao bella, come va? Quand’è che vieni a prendermi? Sono pronto» (Il capitano fuori è a pranzo, Feltrinelli, pp 13).

citato dallo stesso Sisto a pp 19.

Nei limiti di una sfera personale che è necessario tutelare, da tempo ho deciso di creare una continuità tra mondo reale e digitale, senza separare più sfera artistica da quella privata, nel momento in cui, quello che produco è in sintonia, oltre che in diretta continuità, con ciò che vivo: pensieri, politici e non, viaggi, letture, racconti e canzoni.

Penso allo stesso Bukowski che ammetteva che il 95 % delle cose che scriveva erano vere. Il resto pura narrazione. Aggiusta questo, attacca quell’altro, dagli una forma, sbiadisci di qua, colora di là. E allora, se come scriveva Svevo la “La vita sarà letteraturizzata. Metà dell’umanità sarà dedicata a leggere e studiare quello che l’altra metà avrà annotato”, noi, coi social, cosa facciamo?

Un testo come quello di Davide Sisto, filosofo e ricercatore in Filosofia Teoretica all’Università di Torino, esperto di tanatologia, mi permettono di riflettere, approfondendo con maggiore consapevolezza, quanto io stesso faccia sui social.

Perché “La morte si fa social”, edito Bollari Boringhieri, una riflessione sui rischi di «banalizzare il senso stesso della morte reale, rendendola simile a quella rappresentata nei film, nei videogiochi e in televisione e aumentando gli effetti negativi della rimozione» (pp. 73), mi è servito proprio dal punto di vista umano e personale.

E questo, credo, per chi ambisce ad uno studio tanatologico che renda tutti più responsabili e consci di sé e di ciò che si lascia in eredità nel mondo, sia il massimo che si possa raccogliere da un lavoro di questo genere.

Come reagiamo quando una persona cara muore?

Personalmente, e qui ci sono anni di autoanalisi per cercare di comprendere i motivi e le modalità, rimuovo. L’ho fatto con mio zio, sono tornato a farlo con mia nonna. Spingo in alto il cuore, lo ricopro di vetroresina, lo metto sottovuoto e poi fingo che siano solo andati lontano, in qualche posto in vacanza anche se è tosta immaginarsela, mia nonna, ai Caraibi, stesa al sole, lontana da tutti, lontana da me, lontana dal suo Toni’.

Un modo per tenere alta la guardia, affrontare la Signora oscura.

Sisto fa un’analisi piena, completa, lunga, ma semplice.

Mette nel gioco delle riflessioni ed esempi e, in particolar modo, racconta di esperimenti digitali e robotici volti alla “sostituzione” del morto: apparecchi e robochat in grado di simulare o replicare (in base al livello qualitativo di emulazione) la persona che abbiamo amato e la cui assenza non si riesce “a rimuovere”; un esempio è il secondo capitolo in cui cita Be Right Back, un episodio della Seconda stagione di Black Mirror, in cui la protagonista, Martha, è incapace di superare il lutto per la perdita del compagno e lo sostituisce, gradualmente, prima con una chat robot – in grado di replicare e rispondere come avrebbe risposto lui, dopo un upload del suo profilo social -, poi con un vero e proprio automa.

Il lutto è un mondo che ci è appartenuto, vissuto, amato, percorso, e che improvvisamente scompare. Tutto ciò che siamo stati sparisce e accettarlo fa parte della vita.

Con la sostituzione, se da un lato c’è il rischio di non elaborare il lutto, dall’altro però, come sostiene l’autore a pagina 63, «se i chatrobot e le controparti sono coscientemente intesi dai dolenti come strumenti per ricordare la persona morta, e quindi, sono totalmente separati dalla sfera dell’immortalità e della replicazione dei digitali, allora assumono un’altra funzione. Possono essere concepiti come scrigni dei ricordi interattivi, dunque come una maniera innovativa di risentire la voce dell’amato e riavere sotto gli occhi il suo stile comunicativo». Di fatto, nella sovracitata puntata di Black Mirror, Martha alla fine si rende consapevole del fatto che il fantoccio non è altro che una copia superficiale del marito, che agisce in maniera calcolata ad egli impulsi per niente spontanei, incapace di improvvisare ché «alla riapparizione del deceduto manca sempre qualcosa rispetto alla vita terminata e questa mancanza impedisce la perfetta identificazione tra lo spettro e il morto», scrive Sisto, citando Derrida.

«Con la morte di un uomo rischiano, infatti, di morire anche i suoi oggetti, unici e rari, a cui egli estende la propria personalità e il proprio modo del tutto peculiare di stare al mondo. L’unicità e la rarità dell’oggetto fisico, esistente di un unico posto, fragile e sottoposto all’usura del tempo, rendono irripetibile e singolare il legame che instaura con il suo possessore; si sedimenta, in altre parole, una storia nell’oggetto, il quale diventa inevitabilmente la sua casa». (pp. 16)

Per dirla con Bodei, insomma, «l’oggetto manifesta sia le tracce dei processi naturali e sociali che lo hanno prodotto, sia le idee, i pregiudizi, le inclinazioni e i gusti di una intera società» (La vita delle Cose, Remo Bodei, Editori Laterza, Roma-Bari, 2019, pp. 33).

Ma se ne Il Narratore Benjamin notava come l’uomo moderno abbia allontanato, nel tempo, la morte, «all’interno di Facebook diviene, in altre parole, una certezza oggettiva quanto Roland Barhes annotava, in seguito alla morte della madre: “adesso, ovunque, per la strada, al caffè, vedo tutti gli individui come destinati a morire, ineluttabilmente, vale a dire, molto esattamente, come mortali”». (pp 75)

Facebook ci rende consapevoli, più del recente passato, che la morte esiste, ce la mette di fronte ogni giorno, mentre la rimozione prevede funerali, riti che ufficializzano la morte, cimiteri, allontanamenti, oblii e depositi mentali.

Perché quindi studiare la morte sui social?

Anche Cartesio, a una realtà cogitante, psichica, libera e consapevole, faceva corrispondere sempre un’altra extensa, fisica, limitata e inconsapevole. Le cose, gli oggetti, acquisiscono una qualità che è continuità col mondo di cui facciamo parte e che abbiamo contribuito a creare.

Penso a “Il Museo dell’Innocenza” di Pamuk, a “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi Di Lampedusa, a “Addio alle Armi” di Hemingway, a Ted in “How I met your mother”.
Forme di attaccamento ad un passato, ad un ricordo, ai morti che abbiamo lasciato alle spalle, ad una Storia il cui corso inarrestabile non fa altro che generare abissi.

Che raccogliamo, accatastiamo, poi mettiamo in ordine per offrirle a chi dovrà poi fare altrettanto.

Pessoa, nel Libro dell’inquietudine a pagina 161, edizione Feltrinelli (2008):

«[…] sì, le cose buone della vita mi fanno male in modo metafisico quando le abbandono e penso, con tutta la sensibilità dei miei nervi, che non le vedrò né le avrò mai più, perlomeno in quel preciso ed esatto momento. Mi si apre un abisso nell’anima e un soffio freddo dell’ora di Dio mi sfiora il volto livido. Il tempo! Il passato! Ciò che sono stato e non sarò mai più! Ciò che ho avuto, e non riavrò! I Morti! I morti che mi hanno amato nella mia infanzia».

Se la generazione nata tra il 1965 e il 1980 è l’ultima “ad aver vissuto un periodo storico senza la presenza di computer e, in particolare, senza connessione al web”, allora, per il futuro, non solo per gli studi digitali, ma anche per quelli umanistici, è necessario tenere aperto un percorso di analisi sull’uomo digitale.

Il mondo social è un’abitazione virtuale “che raccoglie i dati e gli oggetti digitali da noi prodotti e diffusi online”, una seconda casa che crea una “continua espansione di ogni utente della Rete e registra una porzione significativa dell’esistenza individuale”.

Attraverso diversi dispositivi mobili, di cui molti ormai sono in possesso, è facile passare da uno a molti, unendo città distanti diversi fuso orari; e la cronistoria del mio viaggio di nozze ne è un esempio lampante.

C’è un problema però a questo allargamento liquido di una realtà nell’altra.
Faccio un esempio personale:
Spesso mi è capitato di raccontare cose di me a persone cui credevo di non aver mai parlato, per poi scoprire che già sapevano tutto perché le avevo scritte in un post.
Allora mi sono reso conto che sono molti di più gli utenti cui arrivano i nostri pensieri rispetto a quelli ai quali realmente interagiscono.
Dietro ai loro silenzi, ai commenti mancati, per esempio, si nasconde un atteggiamento voyeuristico o è semplicemente indifferenza?

Secondo Sisto è sbagliato ritenere l’abitazione virtuale come due realtà sovrapposte. La separazione tra l’online e l’offline è sempre più sfocato. Uno invade nell’altro, senza più distinzioni.

Conseguenza di quanto scritto, e qui me ne prendo le responsabilità interpretative, è forse la recente idea di Zuckerberg, nuovo padrone di Instagram, di togliere la visibilità pubblica dei like alle singole foto degli utenti.

Mondo “superficiale” e legato alle apparenze, molto più di quanto non faccia Facebook in Instagram l’utente “altererebbe” la percezione di sé. Se l’offline e l’online non sono altro che la continuità della realtà dell’individuo da un mondo all’altro; se insoddisfatti di quanto offriamo nella vita di tutti i giorni; se incapaci di comunicare col mondo esterno senza barriere e opacizzazioni, un Social iconograficamente caratterizzato dalla massiccia presenza visiva del proprio corpo, spesso invasa da profili fake e dalla possibilità di creare falsi like, coi quali si tenta di aumentare la propria visibilità, contribuirebbe a dare di sé una rappresentazione falsificata.

E allora la continuità tra res cogitante e res extensa viene interrotta.
È chiaro che la questione è qui più ampia e va approfondita prendendo in particolar modo in considerazione le aziende che utilizzano il mezzo. La premura di Mr Facebook è soprattutto quella di garantire agli utenti maggiore sicurezza e maggiore fiducia a chi usa il social anche come mezzo per pubblicizzare la propria merce.

Ma tornando all’esperienza “post-mortem”.

Il gioco di parole mette in luce un altro aspetto importante affrontato dall’autore. Cosa ne saranno dei nostri profili dopo la nostra morte?
Facebook da tempo permette la trasformazione del profilo privato in profilo commemorativo, una sorta di sepolcro digitale col quale interagire per lasciare a coluichefu un saluto, un post, un emoticon, così come si farebbe con la tomba.

Sisto mette in luce un problema giuridico importante. Se il motivo del decesso non è chiaro, se Facebook ha già trasformato il profilo in commemorativo, se il defunto non ha lasciato nessuna disposizione ed eredità del proprio profilo, non è possibile risalire ai dati personali per poter accedere e provare a scoprire cosa è accaduto.
Una falla che lascia pensare.
Soprattutto visto che è possibile formulare un testamento digitale con cui deleghiamo a un congiunto il dafarsi sul proprio profilo social.

Piattaforme ormai piene di spettri digitali:
«I morti popolano in modo invasivo la rubrica telefonica su WhatsApp […]. Ne derivano alcune delicate domande: cosa fare del profilo del morto nella rubrica di WhatsApp? Cancellarlo o conservarlo?» (pp 109).

Perché leggere “La morte si fa social”

L’eredità che ci lascia questo lavoro sul digital death è un insieme di importanti analisi sul modo con cui viene utilizzato il messo, soprattutto quando la vita ci urta e ci mette di fronte a dei dolori difficili da superare.

In un’era in cui si esprime il proprio dolore per la perdita di un caro o di una star che abbiamo tanto amato, in cui anche i funerali in streming permettono di partecipare e mantenere un contatto con chi si è lasciato a casa, Sisto ci fa capire come sia necessaria una maggiore responsabilizzazione dell’uso del sociale senza demonizzarlo.
Che è necessario accettarne la presenza come un’aggiunta, se non come un vero e proprio prolungamento del nostro stesso essere.

Un modo anche per garantire una sorta di immortalità del nostro essere, un proseguimento di noi, in assenza di noi.

Il morto continua a muoversi e il cadavere del reale non cessa di crescere
Jean Baudrillard, Il delitto Perfetto

Citato in “La morte si fa social” – Davide Sisto


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