Il telo dietro Peter Pan

«Io sono la giovinezza, io sono la gioia» rispose Peter a caso. «Sono l’uccello appena uscito dall’uovo».

Peter Pan ha due storie.

La prima è di James Matthew Barrie. A 14 anni, il fratello David, il figlio su cui la madre aveva riposto molte speranze, muore in un incidente di pattinaggio.
Per la disperazione, smette di mangiare e parlare. Rimane a letto per più di un anno.
Al piccolo James viene così l’idea di prendere le sembianze del fratello, di «divenire così simile a lui al punto che neanche mia madre avrebbe potuto notare la differenza».
In poco tempo conquista tutti i successi destinati a David: giornalista, scrittore, regista teatrale.

La somiglianza è più che psicologica: Barrie non crebbe mai più. Alto poco più di un metro e mezzo, gracile e con voce sottile, anche il matrimonio contratto a 34 anni non fu mai consumato.

Diviene poi amico dei coniugi Peter e Sylvia Davies.
Alla morte dei due, adotta i 5 figli dei quali diviene il compagno di giochi.
Col tempo, i ragazzi (nel romanzo saranno “bambini sperduti” che esprimeranno il desiderio di tornare con Wendy, per avere una mamma e un papà, e così crescere come tutti gli altri) cominciano a mal sopportare i sui giochi e la constante immaturità dei suoi scherzi.
La guerra e il tempo fanno il resto, lasciando Barrie solo nei suo eterno giocare.


La seconda storia è quella di un ragazzo che esprime ed esaudisce il desiderio di non crescere mai, a costo di restare solo. Il gesto di Wendy di ricucire l’ombra stropicciata a Peter è lo stesso che Barrie compie nel cucirsi addosso la vita del fratello David.

L’ombra, al contrario delle versioni cinematografiche, non si muove, non scappa. Una volta persa diventa quasi come un corpo morto, uno straccio, un lenzuolo che la madre di Wendy ripone in un cassetto-feretro.
La suggestione allora è forte: l’ombra di Peter è quella del piccolo David che, col gesto della scrittura, recupera, cura e ricuce, come gli estremi di una ferita, dandogli di nuovo vita lungo i passi, il ricordo e la malattia di vivere di Barrie.

Ulteriore suggestione: nel 1895 nasce il cinema, definito da molti “l’imbroglio del lenzuolo” e i corpi proiettati diventano “fantasmi e ombre”.
E se Peter Pan, comparso già ne “L’uccellino bianco” del 1902, con un legame molto più stretto al satiro a cui deve il nome (salta in groppa a una capra, suona il flauto e frequenta le fate-ninfee), è quindi assimilabile al dio primigenio “Phanes”, portatore di luce, allora il ragazzo dell’Isola che non c’è è la personificazione dell’immagine in movimento – l’aura perduta e ricucita da Wendy, demiurgo tra i due mondi letterari, finzione e realtà, quella di Peter e di James – che dà all’arte, in particolare a quella nascente del cinematografo, che è etimologicamente scrivere il movimento ma attraverso la luce, una dimensione eterna, intramontabile e per questo, forse, giovane per sempre.

Come David, James e Peter.

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