“You”, il narratore disonesto

pubblicato su il PuntoMegazine il 6 Gennaio 2020

You”, storia di uno psicopatico che, per “amore”, per “lei”, finisce sempre per sporcarsi le mani di sangue.

“Lei, la sola cosa che vorrei” cantava Charles Aznavour e potrebbe fare da colonna sonora, non senza ironia, alla serie TV “You”, storia di uno psicopatico che, per “amore”, per “lei”, finisce sempre per sporcarsi le mani di sangue.

Una sinossi breve e concisa che non vuole togliere al lettore/spettatore il gusto di guardare fino in fondo le due stagioni in onda su Netflix.

Ciò che qui si vuole analizzare è la figura di Joe, antieroe e antinarratore.

Di recente, come anche con l’ultimo Joker di Todd Philips interpretato da Joaquin Phoenix, si sta assistendo a narrazioni che hanno per protagonisti personaggi dal dubbio tenore etico.
In letteratura, questo tipo di indagine dell’animo umano, capace di scandagliare l’etica comune, fino a creare approcci empatici col protagonista, è presente già da tempo.
Raskolnikov di Dostoevsky, Barry Lyndon di Thackeray, Bardamu di Céline, Hank di Bukowski, sono solo alcuni dei personaggi criminali/cattivi che affollano la letteratura e che creano, con il lettore, un canale di ascolto, di comprensione.
Ognuno con le proprie malattie a causa delle quali è impossibile vivere in società.

«Il concetto di antieroe è infatti molto più complesso e articolato, e presenta molteplici ambiguità e sfumature. Il termine è stato utilizzato per la prima volta da Dostoevskij in Memorie dal sottosuolo nel 1864 per identificare il carattere del protagonista, alla ricerca dell’umiliazione e dell’autodistruzione in un estremo tentativo di ribellione alla realtà che lo circonda»

A. BERNARDELLI, ETICA CRIMINALE. LE TRASFORMAZIONI DELLA FIGURA DELL’ANTIEROE NELLA SERIALITÀ TELEVISIVA, “BETWEEN”, VOL. VI, N.2, HTTP:// HTTP://WWW.BETWEENJOURNAL.IT, P. 3


E in You, il protagonista Joe, librario e appassionato di letteratura, cita a più riprese proprio quel Dostoevskij che in Delitto e Castigo, tramite il sadismo di matrice edipica di Raskòl’nikov, mostra un’alterità mentale malata e fuori da ogni logica sociale.

Si è di fronte alla rottura degli schemi, al tentativo di raccontare una storia senza opposizioni tra bianco e nero e, alla Commedia dell’Arte, alle maschere, subentra la vita dei personaggi con tutte le loro tare, in cui si realizza, tra fatto narrato e fruitore, una sospensione del senso di immoralità,

«vale a dire una sospensione e relativo distacco da parte dello spettatore dal senso della consueta concezione etica relativa ad eventi reali»

IBIDEM

un meccanismo tipico delle strutture retorico-discorsive che rientrano nelle logiche del patto finzionale.

Il villain tragico shakespeariano, per esempio, è caratterizzato da un tipo di costruzione del personaggio che non cerca assolutamente alcuna complicità o coinvolgimento emotivo, né tantomeno etico, ma l’unica sua possibile redenzione consiste nella morte (ibidem): pensiamo ai protagonisti della serie Tv Gomorra o a Walter White in Breaking Bad.

In Joker, invece, siamo chiamati ad esultare alla sua rinascita, alla sua vendetta, a conclusione dell’arringa con cui rivendica di un po’ di attenzione da parte della società, proprio mentre, quella stessa società gli sta fischiando contro.

Il sangue diventa sorriso e la sua fuga dal manicomio, dopo che ha appena ucciso nuovamente, ha del comico.

Joker è una tappa, un esempio, dell’atteggiamento narratologico in cui il passato è richiamato a giustificare le azioni immorali dei protagonisti.

Gli schemi con cui Propp analizza, in Morfologia della fiaba, le diverse figure che popolano le storie, sono saltati, i cattivi non sono più cattivi ma le loro brutte azioni sono conseguenza di meccanismi non più così semplici da analizzare.

L’antagonista non più semplicemente colui che, indifferentemente se sia un orso o una strega cattiva, a prescindere quindi dalle sue caratteristiche fisiche, muove un’azione contraria a quella dell’eroe-protagonista, rallentandone le azioni attraverso tutta una serie di escamotage.

L’opposizione A contro B, buoni contro cattivi, nelle grandi narrazioni contemporanee, pare alleggerirsi, per offrire allo spettatore, ormai alfabetizzato, la possibilità di fare analisi meno superficiali e di andare maggiormente in profondità. Di recente, queste sfumature sempre più labili tra buoni e cattivi mi sono sembrate evidenti anche in film come Aladdin.

A differenza della versione animata, nel live action, Jafar, pur rimanendo sconfitto, e in questo modo fedele al suo ruolo di antagonista, viene delineato con maggiori sfumature psicologiche, smarcandolo da una certezza caratteriale, un topos che, forse, oggi, non è possibile più continuare a raccontare. Jafar è cattivo perché da piccolo è sempre stato il secondo di e per qualcuno.
Così Bukowski giustificava il suo squilibrio d’amore: «è che ho avuto poco affetto».

E nemmeno più il narratore è in grado di garantire che i vestiti che ha così minuziosamente cucito possano aderire perfettamente ai corpi abnormi, sporchi e così umani dei suoi protagonisti.

In You è presente una voce esterna ma intradiegetica, quella di Joe che si interroga si psicanalizza, finendo per giustificarsi. Una voce in cui è impossibile riporre fiducia.

Quel tipo di narratore giusto e onesto raccontato da Benjamin qui lascia il posto ad uno bugiardo e ingannatore eppure, proprio per quel meccanismo di mesmerizzazione insito nella narrazione, ci affidiamo.

Tra la prime e la seconda stagione di You esistono punti di contatto, azioni reiterate che rimandano a quelle precedenti: in ogni episodio inseguiamo la vittima attraverso il modo di vedere, analitico e conturbante, di Joe, in un ribaltamento che pare porre in negativo la teoria del pedinamento di Zavattini; riesce ad ottenere un buon rapporto col vicinato; quando viene lasciato dalla donna che ama e lei trova consolazione altrove, si distrae anche lui con un’altra relazione; instaura un rapporto di fiducia con un adolescente, di cui si prende cura.

Azioni che si incatenano sempre allo stesso modo, sempre con lo stessa schema.
Uno stilema che aiuta ad accerchiare lo spettatore, ad incantarlo.

Come le vittime di Joe, crediamo a ciò che ascoltiamo, ci convinciamo che il mondo così abilmente raccontato sia reale, ne restiamo incantati e incastrati, ma alla fine, dove c’è il trucco c’è l’inganno, l’omicidio perseguita l’assassino fino a rinchiuderlo nella sua stessa gabbia.

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