Jojo Rabbit di Taika Waititi: come mettere il sorriso nell’orrore.

Taika Waititi and Roman Griffin Davis in the film JOJO RABBIT. Photo by Kimberley French. © 2019 Twentieth Century Fox Film Corporation All Rights Reserved

Jojo Rabbit, col suo the end, ci ricorda come a un orrore, se non si tiene alta la guardia, se non si resta umani, possa far seguito un altro e un altro ancora.

I, I will be king And you, you will be queen Though nothing will drive them away We can beat them, just for one day We can be Heroes, just for one day

HEROES – DAVID BOWIE

Com’è possibile raccontare con leggerezza il nazismo, la shoah, la crudeltà contro gli ebrei, Hitler, la guerra? Attraverso gli occhi di un bambino?
Troppo banale.

Ma se questo bambino lo rendessimo un po’ fanatico ma buono, incapace di uccidere un coniglio su comando, incapace di uccidere e basta, e gli mettessimo a fianco Hitler come amico immaginario?

Taika Waititi, che ha curato la sceneggiatura – liberamente ispirata al romanzo Come semi d’autunno di Caging Skies – diretto e interpretato l’Hitler, con Jojo Rabbit è riuscito in qualcosa che forse solo a Charlie Chaplin con Il Grande Dittatore era riuscito prima:

raccontare il nazismo, la shoah, la crudeltà contro gli ebrei, Hitler, la guerra tutto con leggerezza.

L’Hitler di Waititi, se non è diretta emanazione di quella di Chaplin, a quest’ultimo deve qualche cromosoma.

Jojo, puro e casto, si lascia riempire il cervello, il cuore, l’ideale di un immaginario nazista, non perfettamente in linea con la gentilezza del suo cuore. La propaganda è però invasiva, si appoggia sui profili, ne divora le ombre, ti diventa amica.

La parodia dissacra, come il rallenty nella scena finale che mostra tutta l’assurda teatrale meschinità della guerra, ma evidenzia anche la futilità oltre il ridicolo di chi prova a mettere in gabbia il pensiero.

Una libertà che trova diretta proiezione in più punti prismatici – e comunque sia sovrapponibili – all’interno di Jojo Rabbit:

nel coniglio che Jojo (Roman Griffin Davies) non è capace di uccidere e che trova un riflesso in Elsa (Thomasin McKenzie), la ragazzina ebrea che viene aiutata a nascondersi dalla mamma di Jojo, Rosie (Scarlett Johansson) che, a sua volta, invita il figlio a ballare, ad innamorarsi, a volare in alto.

In alto, sui fili spinati, oltre ogni muro come le farfalle.

Quelle stesse farfalle che, soltanto qualche giorno fa, Liliana Segre, nella giornata della Memoria, ha rievocato e che JoJo inizia a sentire nello stomaco, non appena fanatismo e paura cedono all’amore per Elsa.

SIATE LE FARFALLE CHE VOLANO OLTRE I FILI SPINATI

E in una stagione cinematografica che ha visto Joker ballare sulla società, in un tripudio di carcasse in frantumi, anime perse e distratte, quello di Jojo ed Elsa, alla fine del film, sulle note di Heroes di David Bowie, da un lato si fa urlo catartico e silenzioso, ché in qualche modo, si è riusciti a restare vivi, oltre che sé stessi, dall’altro, ci ricorda che non bisogna mollare la presa sull’umanità:

Io, io posso ricordare, in piedi accanto al Muro, e i fucili spararono sopra le nostre teste, e ci baciammo, come se niente potesse accadere e la vergogna era dall’altra parte, oh possiamo batterli, ancora e per sempre, allora potremmo essere eroi, anche solo per un giorno.

(HEROES, DAVID BOWIE)

Bowie, nel brano canta l’amore, l’eroismo, la resistenza.
In fide in, ma extradiegetico, fuori dalla testa dei protagonisti, e comunque dentro quella dello spettatore, Jojo Rabbit, col suo the end, ci ricorda come a un orrore, se non si tiene alta la guardia, se non si resta umani, possa far seguito un altro e un altro ancora.

Finisce la guerra, tana, fine dei giochi, ti ho trovato, verrà alzato un muro.
Si balla, si lotta, ma giusto il tempo di un altro giro di stupidità.

articolo già pubblicato su http://www.puntomagazine.it

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