L’editing maieutico di Troisi

Sussurrare nella scazzetta del prete

Fare editing è una faticaccia.

L’editing di un testo serve, prima della pubblicazione, a revisionare errori, incongruenze di stile.

Ma non solo.

Un lavoro difficile e necessario.

Tanto necessario che non può farlo l’autore stesso.

Sono necessari più occhi, decine di migliaia di letture, per scovare errori.

E, comunque, di refusi se ne troveranno, comunque, milioni di milioni.

È un lavoro di affiancamento all’autore che, della sua opera, resta e deve restare padrone.

Fare editing è una faticaccia, perché non tutti gli editor sanno mettersi di fianco, con cura, senza entrare nella scazzetta del prete.

La scazzetta è un piccolo copricapo talmente azzeccato in testa che, in teoria, non ci può passare nulla, se non i capelli e tutto ciò che è del prete e della scazzetta.

Entrare, quindi, nella scazzetta del prete, significa superare limiti che non andrebbero superati.

Ecco, un buon editing non dovrebbe invadere questo confine.

Qualche editor potrebbe essere, però, a sua volta scrittore e allora la fatica si fa duplice.

Sembra scontato che un editor sia anche scrittore, ma non lo è.

Essere scrittori significa vedere, prima di altri, mondi possibili da raccontare. Significa sapere già cosa tenere insieme, quali parole usare, in che modo i personaggi si debbano muoversi. Cosa recuperare.

E se ne accorge prima di chiunque altro.

Questo, oltre alle etichette di genere che, spesso, per costruzione o facile retorica o schemi anchilosati, cercano linguaggi semplici, quasi sempre gli stessi, dentro i tanti “era una notte buia e tempestosa” e prole.

Soprattutto, un bravo scrittore è anche un ottimo lettore.
Con la matita cerca, trova, segna, collega, impara.

Anche questo non è scontato.

Se chi cura il tuo testo è, quindi, avvezzo ai racconti e ai sistemi narrativi, è molto probabile non riesca a trattenersi ed esagera, si spinge oltre la semplice revisione.

Entra nella scazzetta del prete.

Ma se è bravo, si trattiene.

E se ci sono parole che proprio non funzionano? Interi paragrafi che andrebbero cancellati?

Può capitare, è vero. Eppure, anche qui, come sempre, la verità sta nel mezzo.

Ad autori navigati, che conoscono bene il rapporto tra segno e significato, che magari giocano sullo spostamento di senso, chiedere di cambiare una parola perché “il lettore altrimenti si confonde”, è come Pecci che dice a Maradona che non è possibile far passare la palla sopra la barriera, da una distanza così ravvicinata.

Certo, non tutti gli scrittori devono essere Maradona per poter avere una qualche pretesa sulle proprie stesse parole, ma tu guarda un po’.
È per dire che se un qualche scrittore ha chiara consapevolezza dei mezzi che usa e sa ciò che sta facendo, non gli si deve rompere poi le scatole più di tanto.

Come dicevo, scrivere, alla fine, è anche scegliere.
E ogni scelta è anche figlia un po’ del momento, del caso, del sentimento di un preciso istante.

Perché è anche vero che se Pecci si fosse alla fine rifiutato – perché quel Maradona era già un fenomeno, ma non era ancora Maradona – avremmo perso un capolavoro.

L’editor bravo, si affianca, non invade, dicevo, però si mette fuori alla scazzetta e, semmai, sussurrando, ammiccando, ti aiuta a trovare la parola giusta, non tanto per rendere armonico il testo, né per accordarlo alle pigrizie del lettore, quanto per sintonizzarlo con le stesse intenzioni d’autore.

Un lavoro difficile, ma possibile.

E se lo scrittore è cocciuto, fargli quanto meno prendere in ipotesi la possibilità di spostare, tagliare, cambiare una parola una, diventa complesso.

Per questo ho pensato a Troisi e a quell’opera d’ingegno che è stato convincere Pino Daniele, uno che con le parole sapeva comunque farci, davanti a una telecamera, di spostare, cambiare, una parola una, in quel capolavoro che è “Quando”.

E Pino, comunque, pendeva dalle sue labbra.

Gli avrebbe dato il cuore.

Ma Massimo non ne approfitta.

Lo guarda, si tira indietro sulla poltrona, non sposta lo sguardo ma è come se lo guardasse un po’ dal basso, poi si gratta l’orecchio, sembra imbarazzato, lo fissa, si muove, torna in avanti, si appoggia sui gomiti come per capire se il peso di quanto sta per dire non faccia impressione pure a lui, e gli dice, in maniera ingenua, delicata, che forse era stato proprio lui, cioè Pino, a cantare “tutto il giorno per vederti andar via”, in qualche altro provino.

Se la ricorda così.

Ora, non sappiamo quanto sia vera questa cosa. Ma teniamoci buona la metafora.

Perché, alla fine, come dice Pino, il senso di quello che voleva dire era più o meno lo stesso.

Promettere, profetizzare, immaginare una vita intera vissuta nel vedere ballare, ogni giorno, tutti i giorni, per sempre, la persona amata è uno strazio per l’innamorato che finisce di accontentarsi di tenere, a portata d’occhio, il desiderio irraggiungibile di tutta una vita.

Ma, per chi, come Pino e Massimo, vive su cuori messi continuamente sotto attacco dai tanti quandoquando, continuare a vivere in un eterno addio, continuando a vedere andare via, per sempre, tutti i giorni, la propria Euridice, è un tocco di poesia, di eterno e di strazio, che Massimo non poteva, maieuticamente, non strappare dalla bocca del suo amico.

Ché già ce l’aveva nelle sue corde.

Era lì, doveva solo uscire fuori.

È un tocco in più, un gesto in più. Un eterno andar via e comunque stare lì ad osservare il tramonto, l’addio, la resa, di spalle, tipo certi finali alla Lalaland.

Ecco, questo, è per me, il modo in cui si fa editing.

Far crescere il testo nell’autore stesso, estorcendo, col dialogo, una qualche verità; sollecitando l’autore a pensare e ripensarsi costantemente, arrivando a trovare, finalmente, la parola che più stia a proprio agio, sotto la scazzetta del prete.

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