«Ricordati che devi studiare… sì sì, mo me lo in-segno».

Ancora non so cosa significhi insegnare.


Ma le prefigurazioni di quello che io sarò, come vorrò esserlo, mi mettono voglia e impegno, e allora mi lascio trasportare da una spinta che non sempre riesco facilmente a tenere a vada tra i ma e i però.


A fare pace con le cose del mondo è dura e anche insegnare a vivere con tante remore morali è un tradimento a certe botte che verrano sicuramente, e prima o poi.

Ché a fare i conti con chi ci sta attorno è come voler a tutti i costi nascere fiori in mezzo, non voglio dire nemmeno al catrame, ma in mezzo a chi non vuole essere fiori e che non si accorge della puzza dell’asfalto.


Anzi, la ama.

ma posso provare – sperando di non far danni – a mostrare le cose belle e può darsi che le cose si mettano a posto da sé.


Eco, citando Genette, diceva che se avessimo voluto riassumere I promessi sposi, alla fine, basterebbe dire che un mafiosetto ha vietato un prete di sposare due innamorati che, alla fine, però si sposano.

Basta.

Così come, diceva proprio Genete, Alla ricerca del tempo perduto di Proust può essere riassunto in “Marcel diventa scrittore”.
Alla stessa maniera, la Divina Commedia è alla fine la storiella di un uomo che arriva in Paradiso, purificato da tutte le sterpaglie, e il fogliame, e le espulsioni aviarie della Selva della sua anima.

Se gli vuoi dare una pittatella allegorica.


Ma quello che la letteratura e l’uomo da sempre fanno è riempire i fili delle storie come le lampadine su un intrecciato di fili di rame che altrimenti sarebbe utile in ferramenta solo per farne spine per la lavatrice.

E allora, quello che proviamo a insegnare da sempre, è che dentro ai libri c’è la storia umana che si rinnova per bocca nostra.

Ognuno con le sue labbra e le proprie balbuzie.


E allora, non lo so cosa significhi insegnare, non ancora, ma so come possa sentirsi Murubutu, soddisfatto, spero, perché insegna cantando.

In questo brano sintetizza il V canto, quello più letto, commentato, che ci fa cadere come corpi morti cadono, di fianco a Dante; e se è il canto più letto, più commentato, quello che più ci fa stare con l’anima tutta tremante, come puoi riassumerla se non in un brano Pop?
“Commerciale” come ha detto una mia studente, quella coi gusti musicali più raffinati.

Un brano che ha fatto esclamare «Ua’, pfsso’ comm’è bell. comm’ se chiamm’, m’ha scaric’ p’ dind’ ‘a machin’».

Perché l’amore è Pop, nel senso popolare, arriva all’orecchie, arriva a farti tenere il tempo e arriva a tradire tutte le remore e le misantropie, e ti fa cantare “Felicità, è un bicchiere di vino” o ” A a a a, a far l’amore comincia tu” con un certo luccichio negli occhi avvinazzati; l’amore è di tutti, collettivo, come il Nostro che, a Paolo e Francesca, li mette all’Inferno, accorda la morale del tempo, ma è come dicesse

«vedete, io li ho messi qui, dove tutti si aspettano che un uomo del mio tempo metta chi ha disatteso il patto matrimoniale sancito da Dio, però, vedete, è che si amavano, capite a me, voi che sarete abituati a sentire in rime sparse il suono delle parole, voi uomini di lettere, se pure hanno sbagliato, perché hanno sbagliato per carità, lo hanno fatto per non tradire la carta, il libro, quello che, leggendo, avevano capito come erano finiti a fare l’amore quegli altri due folli. E sì, Paolo e Francesca hanno deciso di amare fino a morirci e io so come si ama da morire, andare nell’inferno, farsi tutti i piani a piedi, uno, due, per amare chi non era poi mia per legge alcuna».

E se pure non so cosa significhi insegnare, né come arriverò a farlo, se è possibile riattivare la memoria e far capire cose così anche solo con un ritornello cantato da Giuliano Palma, reiterando un «Si può amare da morire e morire d’amore» reppando «e ci scottammo già dal primo giorno», mettendo in risalto un già che prefigura la «tentazione e poi [il] peccato», e fa esclamare

«Ua’, pfsso’ comm’è bell. comm’ se chiamm’, m’ha scaric’ p’ dind’ ‘a machin’»

allora

viva Dante.

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