La comunicabilità del suicidio di “Piazza degli eroi” con la regia di Roberto Andò

Piazza degli eroi di Bernhard in scena con la regia di Roberto Andò

Piazza degli eroi, testo-testamento di Thomas Bernhard, a 33 anni dalla sua prima rappresentazione, resta un racconto puntuale sulla denuncia al tempo che passa in mezzo alla politica corrotta, attraverso i fascismi sempre redivivi.

La messinscena, ad opera del regista Roberto Andò, con riprese RAI di Barbara Napolitano, con l’ausilio di pochi movimenti sul palco, rievoca la staticità della società viennese, in particolar modo quella di una famiglia colta all’indomani del suicidio del matematico Josef Schuster a cui «i trucchi della filosofia non sono serviti a nulla».

E se Bernhard racconta il dentro e il fuori dell’inconscio umano sfruttando tutto lo spazio teatrale, Andò, grazie alla presenza (assente nel copione originale) di un pianista-fantasma (Vincenzo Pasquariello), al fine di narrare l’indicibile, armonizza il rimosso coi pensieri fuori campo dei personaggi.

Da un lato l’esteriorità, quella Piazza degli eroi evocata fin dal titolo e dove Hitler annunciò l’annessione dell’Austria al Terzo Reich.

Dall’altro, il dentro, quello domestico, dove il perturbante ha a che fare con la coscienza sporca e mai lavata del popolo austriaco, ancora nostalgicamente nazista, un’onta che Schuster, tornato da Oxford, dopo anni di esilio, non è riuscito a lavare se non con la morte. 

E allora, il sacrificio-resa di Schuster, cui Andò si avvicina con cura e rispetto, diventa racconto dei sopravvissuti e degli sconfitti, fin dal primo atto, in apertura.

La governante (Imma Villa) e la cameriera (Valeria Luchetti) esaltano intolleranze e fanatismi di Josef, per esempio, il culto delle scarpe inglesi, in proscenio fin da subito a rievocare morti e fantasmi: entrano così nel corpo in assenza, nell’intimità un uomo che non c’è più.

Poi, ci si siede fuori, sulle panche del parco, dove i petali precipitano davanti ai nostri occhi-obiettivi, e le due figlie del suicida (Silvia Ajelli e Francesca Cutolo) si dividono il compito di rassicurarsi, di avvicinarsi, ognuna a proprio modo, al lutto e ancora ai rischi di essere ebrei in Austria.

Qui, il filosofo Robert (Renato Carpentieri), fratello del matematico morto, si lascia andare a uno sconforto che, lentamente, si fa rassegnazione e quindi sterile torsione titanica.

L’ultimo atto-ambiente, il ritorno nelle quattro mura domestiche per discutere del testamento, mette tutti, compresa la vedova del suicida (Betti Pedrazzi) intorno al tavolo, mentre gli echi hitleriani della Piazza degli eroi sembrano dare ragione alla rinuncia e all’idea che «chi ha la visioni ha bisogno di un buon medico».

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