La debolezza del giornalismo [spoiler]

Tra poppate, pannolini e zero ore di sonno, in questi giorni abbiamo iniziato a vedere i nuovi episodi di Atypical, una serie molto carina che racconta la vita di Sam, ragazzo affetto da autismo.

La serie, in maniera intelligente, senza scadere in manierismi retorici, non mostra soltanto i piccoli enormi successi di un ragazzo diversamente limitato.

Intorno a Sam tutti crescono, non tanto dialogando con lui, ma soprattutto cercando sé stessi solo dentro sé stessi.

Non è Sam a mostrare quanto soffermarsi su certi problemi possa essere superficiale, ma il quotidiano, con tutto il suo groviglio di cose belle e cose meno belle.

Nell’ultima stagione, la sorella, Casey, atleta bravissima su cui tutti hanno grosse aspettative, dal padre fino all’istituto scolastico (in America – così insegnano anni di dawson’s creek e simili – o sei bravo a scuola o in qualche sport sennò niente Università), si blocca, non corre, si ritira.

Quello che amava fare e in cui riusciva meglio la teneva bloccata dentro al precipizio di aspettative, ansie e necessità di successi che nemmeno sentiva più.

Solo a fine episodio – spoiler – lei torna a correre, per strada, in jeans, senza dover indossare un ruolo-tuta a tutti i costi.

Nella settimana in cui Valeria Spacciante, Virginia Magnaghi e Virginia Grossi hanno letto il manifesto (scritto con l’aiuto di altri 13* diplomati e diplomate della classe di Lettere della Normale di Pisa) con cui hanno denunciato il sistema educativo che cerca l’eccellenza a colpi di competitività e alta performabilità, il ritiro della bravissima Simon Biles alle Olimpiadi è un nuovo gesto di eccellente normalità.

Certe bravure non schizzano come geyser da corpi pieni di talento da cui puoi attingere medaglie come fosse un distributore di caffè.

Sono mix – a volte letali – di predisposizione, attitudine e sacrifico che può toglierti il sonno, il sorriso e anche il tempo, se non la voglia, di farti un giro con gli amici.

E se ti alzi una mattina e decidi, sotto le telecamere, davanti a tutti, di fronte ai giornalisti, di mandare tutti a fare in culo, non è un gesto di debolezza, né di resa ma, in questa dimensione di mondo fatto di crudele competitività, vinco-io-muori-tu, di puro e vero coraggio.

E soprattutto voglia di riappropriarsi di sé e della propria vita.

*Paolo Bozzi, Alessandro Brizzi, Michele Gammella, Andrea Umberto Gritti, Niccolò Izzi, Lorenzo Maselli, Francesco Molinarolo, Cosimo Paravano, Eleonora Tioli, Giovanni Tonolo

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