Ho letto “Due Vite” di Emanuele Trevi, ultimo Premio Strega e non ne sono uscito bene bene

Parto da cinque presupposti:


1. Lo Strega mi ha quasi sempre deluso ed erano anni che non cadevo nella trappola. Sfogliandolo, in libreria, avevo letto “Gadda” e “Ingravallo” nello stesso rigo e ho pagato dazio a questa mania di leggere e studiare tutto sull’Ingegnere;


2. In vita mia, in 20 anni di letture, ho scritto solo 2 recensioni negative. Una a un libro, ma questo almeno 7-8 anni fa, ed era un testo in cui l’autore praticamente diceva che la gente che fugge dalla guerra è vigliacca e quindi deve morire in mare; l’altra a un film che fa male a un libro bellissimo, quello di Romain Gary, “La Vita davanti a sé“, quindi più che una critica al film in senso stretto era una riparazione a un danno subito dal libro che è molto molto bello. In generale, sono molto aperto, onnivoro e dai gusti trasversali, soprattutto cerco di contestualizzare e trovare il buono che il testo, nell’insieme, ha da offrire.


3. Non credo nei premi. Sì, partecipo, sì, ne ho vinto qualcuno, ma sempre consapevole che, se da un lato è uno dei pochi momenti in cui si può sperare di essere realmente letti e ascoltati (anche se scopro sempre di più che sono pochi a leggere, compresi professori e giudici che solo questo dovrebbero fare), oltre ad essere un potenziale tempo circoscritto in cui le persone improvvisamente si accorgono di te, dall’altro è pur sempre una stretta cerchia di ottimi intellettuali che sceglie in una stretta cerchia di partecipanti, lasciando fuori l’immensità.

Un lago rispetto alla via Lattea.

Leggevo, tempo fa e quindi i dati potrebbero essermi scivolati dalla memoria (potete e dovete correggermi), che ogni anno vengono pubblicati circa 7.000 titoli inediti di narrativa. Chiaro, tra self-publishing, piccoli e grossi editori. Ora, tolto il self-publishing scartato a priori da certe giurie, ma anche da certi lettori, (mentre noi umanisti sappiamo che molta della letteratura è nata come autoproduzione e, sebbene l’oculatezza con cui ci si autopubblicava prima non è l’avventatezza narcissica di oggi, dovremmo sempre guardarli senza la puzza sotto al naso), mi fa fatica pensare che un tot di giudici, lettori validissimi eh, leggano 3.000? 200? 300? tra le nuove uscite annuali per decretare il migliore migliorissimo.

In sintesi: è solo un caso che vinca uno e non un altro, soprattutto se a partecipare non sono tutti tutti tutti realmente. Ma certe dinamiche un lettore non le sa, vede la fascetta Strega e dice “va be’ se lo dice lo Strega”.

Ammesso che a qualcuno freghi realmente mettere libri, quadri e canzoni in una griglia di valutazione, come se avesse un peso – al di fuori di logiche commerciali ai limiti di un Maria De Filippi show – mettere di fianco un Van Gogh e un Escher per dargli la fascia di Miss Painter del secolo.

4. Emanuele Trevi è bravo. Cioè, l’ho stimato per certi lavori critici che ho divorato e fatti miei, motivo per cui mi dispiace molto offra il fianco – dolente – per una riflessione più larga.

5. Sono uno scrittore. Dovrei parare vascio, come si dice a Napoli, cioè pararmi la palla, starmi attento, evitare la polemica, ché qua basta poco e ti distruggono quello che scrivi.
Soprattutto rispetto all’endorsement in quarta di copertina tributatogli, uno dice ma chi ti credi di essere per criticare il Premio Strega.

Ma a noi non frega niente di nessuno e tiriamo dritto.

Le premesse mi erano necessarie perché il libro di Emanuele Trevi mi ha fatto rabbia.

È il resoconto – scritto con un lirica molto vicina a certi Harmony, troppo dannatamente ruffiana, con metafore elementari e senza cariche simboliche personali – della sua amicizia con gli scrittori Rocco Carbone e Pia Pera, deceduti, rispettivamente, il 18 luglio del 2008 e il 26 luglio del 2006.

Trevi ricostruisce il loro rapporto (con qualche bella carezza di ricordi) , non sempre idilliaco con Carbone e, pagina dopo pagina, i tre sembrano essere legati, o meglio, Trevi è legato a loro, in linea diretta, tramite ciò che René Girard aveva chiamato desiderio triangolare (soggetto, modello, oggetto desiderato).

Cioè, anche al di qua di Girard, una certa frequentazione si forma tra simili d’intelletto per istinto di imitazione, prima; uno dei due fa un energetico tentativo di superamento del modello per poi, infine, raggiungere a proprio modo quanto desiderato. Dopo ancora, coi titoli di coda, magari si distacca dalla persona imitata, dimenticando del vincolo d’amicizia, ecc… ecc…

Una sorta di invidia che porta a uno dei due a mettersi in azione.

Ora, visto che Menzogna romantica e verità romanzesca di Girard viene proprio chiamato in causa, quasi a voler invitare il lettore a trovare in questo testo (assente nella bibliografia proposta a conclusione del libro) il senso di tutto, potrebbe anche essere un bell’espediente narrativo.

E cioè, in ogni pagina io autore serbo una critica, soprattutto a Carbone, e quando ho delle parole al miele, ad esempio a Pia Pera, è perché io sono stato bravo a consigliarle questa o quella metrica, perché devo mostrare come, nel trio degli amici, io fossi quello bravo, però poi, alla fine, racconto il mio dolore, la mia frustrazione che avrei voluto essere loro, ma lo dico tramite un indizio nascosto.

Insomma, potrei aver visto qualcosa che non c’è. Ecco, un mio personale tentativo di trattenere un bel ricordo del libro che non giudico in quanto opera che ha dignità di esistere.
Sono creativamente democratico. Hai un’idea? Vuoi realizzarla? Vai.
Però, ecco, immagino che un libro premiato debba offrire una qualche novità, creare un caso o, almeno, che debba essere scritto comediocomanda, tutto attaccato.

Il più delle volte, ho pensato «cazzo, ma questo è morto, non c’è più, e questo sta pavoneggiandosi a sue spese che non può nemmeno rispondergli».

Ecco, c’è questa scena: Carbone muore per un incidente stradale e gli amici decidono di piantare un albero in sua memoria. Ad un certo punto Trevi racconta di essere andato lì a pisciare sull’albero, così, come ricordo di vecchi sfottò giovanili. Cioè, ha pisciato sul proprio amico morto e la fa passare come una goliardia. Lo dice proprio. Ora, anche questo potrebbe essere metafora di espiazione di un senso di colpa, messo senza peli sulla lingua in bella mostra, e va bene: Trevi sta facendo il proprio mea culpa e lo fa tramite giri di parole volanti. Ok.

Ecco, lo sto facendo di nuovo. Sto riparando.

Ed è vero che il lettore deve lavorare col testo, riempire e oleare un meccanismo altrimenti pigro.
Il lettore deve fare metà del lavoro.

Però, allora, se è così, se l’interpretazione da dare è questa, datemi lo Strega.

La bottiglia, però, che devo fare un dolce.

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